Albania: tutto fermo sul fronte europeo

Dai recenti “Progress Report” sull’Albania emerge una valutazione positiva. I media locali - rispetto al passato - ne parlano però poco: forte è la disillusione data dal mancato avvio dei negoziati

I microfoni vuoti prima di una conferenza stampa, dietro le bandiere dell'Ue e dell'Albania

Bruxelles - © Alexandros Michailidis/Shutterstock

La settimana scorsa la Commissione europea ha pubblicato i rapporti annuali sui paesi coinvolti nell’allargamento europeo. Anche per l’Albania è arrivato il consueto aggiornamento sui progressi nell'agenda di riforme necessarie per l’ingresso nell'UE. Il rapporto sul paese è caratterizzato da un tono generale positivo e riconosce in particolare i progressi nel campo della riforma della giustizia e del processo di rivalutazione dei curricula di giudici e procuratori, come anche nella lotta contro il crimine organizzato e la corruzione.

Per quanto riguarda le istituzioni la Commissione europea riconosce come la Corte costituzionale e l'Alta Corte abbiano formalmente recuperato il quorum necessario per tenere sessioni plenarie (erano bloccate da tempo per mancanza di numero legale, ndr). Lo stesso vale per il parlamento, diventato pienamente rappresentante della volontà del popolo con l'opposizione che ha ottenuto i suoi seggi all'indomani delle politiche dello scorso aprile, dopo una tornata dove aveva boicottato le elezioni. 

L’ultima tornata elettorale è stata valutata come ben organizzata, anche se persistono preoccupazioni per quanto riguarda l'abuso di funzioni e fondi pubblici, accuse di acquisto di voti e fuga di dati personali sensibili dei cittadini.

Non è invece stato segnalato alcun progresso in materia di libertà di espressione e dei media, nonché nel garantire un ambiente favorevole alla società civile.

Progressi sulla carta ma non sul terreno

Anche se il Parlamento albanese ha adottato nell'ultimo anno una serie di leggi significative sulle riforme orientate all'UE, il loro impatto sulla vita quotidiana dei cittadini è stato piuttosto limitato. L’adesione appare come fatta solo di riforme politiche sulla carta e non anche di valori europei da abbracciare, rispettare e promuovere.

Inoltre le conseguenze negative della pandemia persistono e la società albanese sta vivendo difficoltà economiche, aumento dei prezzi del paniere di prodotti alimentari di base e alta disoccupazione.

Di fronte alle numerose proteste - seppur tutte su piccola scala - che hanno luogo nell’ultimo periodo a Tirana, il governo continua a parlare una lingua diversa. Alla fine di settembre, il vice primo ministro Arben Ahmetaj ha dichiarato che l'economia albanese è aumentata di quasi il 18% nel secondo trimestre del 2021, rispetto all'anno precedente. "Questo aumento attenua massicciamente gli effetti scioccanti della pandemia e apre la prospettiva molto incoraggiante di chiudere il 2021 con il pieno recupero delle ferite dell'anno scorso nell'economia", ha affermato.

Eppure, è bastato trascorresse una settimana da questa visione idilliaca sul paese, che il governo ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale a causa della crisi energetica. E andando verso la stagione invernale, con la sospensione sporadica della fornitura di energia elettrica alle famiglie e un probabile ulteriore aumento dei prezzi, discutere dell'integrazione nell'UE sembra un lusso che non molti possono permettersi.

Anche se oltre il 90% degli albanesi rimane a favore dell'integrazione nell'UE, le attuali difficoltà economiche stanno influenzando la loro percezione sulla prospettiva del paese di entrare presto nel blocco. Di fronte all'intensificarsi della retorica politica, della propaganda e delle promesse elettorali riciclate, le giovani generazioni stanno incontrando una significativa disillusione sulla classe politica che ha governato il paese negli ultimi tre decenni. I pochi spazi garantiti dal sistema politico in vigore però rende difficile per nuovi partiti politici sfidare lo status quo e portare in parlamento una voce alternativa al solito coro di socialisti e democratici.

A sua volta, lo svanire progressivo della prospettiva UE va a confermare che la migrazione può essere un'opzione valida per ottenere migliori condizioni di vita. E’ vero che il numero di albanesi che hanno presentato richieste di asilo nell'UE nel 2020 è sceso del 66% ma le cifre rimangono preoccupanti. Nonostante le misure restrittive per entrare nell'area Schengen - dovute alla necessità di contrastare la diffusione del Covid-19 - nell'ultimo anno sono state presentate quasi 7.000 richieste d'asilo da parte di cittadini albanesi.

Ancora fiducia nell'UE?

L'Unione sta vivendo un'erosione della sua influenza strategica nei Balcani e lo stallo delle relazioni sta implicando un danno di credibilità a tutti i livelli. Vi è una cronica mancanza di volontà politica di portare avanti l’allargamento e il principale sintomo è il ripetuto rinvio dell'apertura dei negoziati di adesione con l'Albania e la Macedonia del Nord. Poiché il tempo stringe perché l'UE mantenga la sua promessa, la perdita di appetito si sta approfondendo da entrambe le parti.

"Abbiamo imparato a nostre spese a non aspettarci nulla, perché abbiamo visto che l'UE non è in un momento particolarmente buono in questo momento", ha dichiarato il primo ministro Edi Rama a El Pais durante l'ultimo vertice UE-Balcani occidentali tenutosi in Slovenia.

Questi vertici di alto livello si stanno trasformando in una grande simulazione: le istituzioni UE dispiegano la loro autocritica sul rischio di perdere la regione, e i paesi balcanici fingono progressi nelle riforme e si impegnano retoricamente nel processo di adesione. Nonostante i tentativi di mostrare interesse per la regione, gli stati membri rimangono esitanti a investire il loro capitale politico per sbloccare la situazione, a cominciare dallo spingere sulla Bulgaria affinché tolga il veto sull’avvio dei negoziati con la Macedonia del Nord.

Fonte originale: https://www.balcanicaucaso.org/aree/Albania/Albania-tutto-fermo-sul-fronte-europeo-213549
Lunedì, 25 Ottobre 2021

OBC Transeuropa

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