Energia, clima, futuro

Come le nostre abitudini quotidiane impattano sul cambiamento climatico. L'8 giugno a Trento, presso la Scuola Langer Mirco Elena interverrà sul tema
"ENERGIA: dallo scenario globale ai comportamenti individuali".

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Negli ultimi anni la prospettiva di un pericoloso mutamento climatico si sta conquistando un posto di rilievo nel panorama informativo, specie dopo il successo di Greta Thunberg e dei Fridays for Future. È considerazione ovvia che se il clima cambia, le conseguenze possono essere pesanti, in termini sociali, di politica internazionale ed economici, ad esempio sull'agricoltura e sul turismo, ma pensiamo a come la scarsità d'acqua possa toccare pesantemente ogni settore della nostra vita. Notiamo come siano bastati centomila immigrati all'anno in Italia per consentire a taluni di parlare, a sproposito, di orda e di invasione. Immaginiamoci se davvero le condizioni di vita in nazioni a noi geograficamente vicine e già paurosamente povere come quelle del Sahel dovessero peggiorare; non ci vuole molta fantasia nel prevedere che i numeri dell'immigrazione potrebbero lievitare di cento o più volte, ed allora sì che sarebbero problemi difficilissimi da affrontare.

Peraltro, chi potrebbe costringere dei disperati a restarsene a fare la fame (o, peggio, la sete) quando poco a nord c'è ad attirarli il miraggio dell'Europa? Quel che è specialmente drammatico è che, nella peggiore delle ipotesi, i cambiamenti climatici potrebbero verificarsi su scale di tempo brevi: lustri o pochi decenni, non dando quindi sufficiente tempo né alle società né ai governi per adattarsi ed escogitare ed implementare adeguate misure di mitigazione.

La gran parte delle emissioni umane di gas clima alteranti sono legate all'impiego delle risorse energetiche fossili: petrolio, carbone e metano. E sono proprio queste fonti che nel mondo industrializzato coprono la gran parte dell'attuale fabbisogno (ricordiamo pure che solo circa un terzo dell'energia complessivamente usata è sotto forma di elettricità; anche paesi come la Francia, quindi, ove l'elettricità è generata al 75 per cento con il nucleare, dipendono fortemente dalle fonti fossili). Per ridurre queste emissioni vi sono ovviamente due possibili approcci, tra loro non escludentisi: limitare i consumi e trovare altre fonti, meno inquinanti.

La prima alternativa, limitare i consumi, è in genere vista come poco appetibile dal mondo politico tradizionale, in quanto si ritiene che implichi un ritorno alla candela, alla miseria. Si raggiunge questa conclusione basandosi sulla fallace ipotesi che la crescita del PIL vada necessariamente di pari passo con l'aumento dei consumi energetici, cosa invece del tutto falsa, come dimostra l'esame di questi due parametri nel periodo 1973-1983, quando per la prima volta le nazioni avanzate si trovarono di fronte alla necessità di ridurre i consumi a seguito delle crisi petrolifere provocate dalle tensioni in Medio Oriente. In quel decennio il PIL crebbe in modo considerevole, di oltre il 30 per cento, pur mantenendo costanti i consumi complessivi di energia. Questo 'miracolo' fu possibile grazie all'uso di una sostanza molto più preziosa del petrolio: la materia grigia presente nei nostri cervelli! Imparammo a fare meglio con meno. Tutti i settori della società cercarono di aumentare l'efficienza e ridurre gli sprechi, trovando che questo era possibile e addirittura facile. Bastava guardarsi in giro con occhi nuovi e porsi obiettivi precisi. Si dimostrò così che era possibile una strategia 'win-win', a somma positiva, in cui tutti guadagnavano: i nostri portafogli, l'ambiente, la bilancia dei pagamenti, la sicurezza degli approvvigionamenti, ecc. Gli unici che fecero fatica furono gli impiantisti e i progettisti, costretti dalle circostanze a escogitare in fretta modi e maniere nuovi per risparmiare energia.

Ancora oggi vi sono amplissimi spazi di miglioramento dell'efficienza e di riduzione degli sprechi; secondo alcuni studiosi di fama internazionale le nostre società moderne potrebbero funzionare con un quarto[1] dell'energia consumata attualmente. Ma forse si dovrà puntare, per garantire la sostenibilità ecologica dell'umanità intera, a riduzioni del nostro impatto anche più grandi[2]. Che non si tratti di sogni irrealizzabili lo si vede prendendo in esame ad esempio il settore edilizio, dove ormai si trovano sul mercato edifici 'normali ma intelligenti', che impiegano una piccola frazione dell'energia usata (meglio sarebbe dire: gettata via) dalle costruzioni tradizionali. Ci sono poi gli edifici passivi, ove i consumi netti sono ridotti praticamente a zero. Un altro settore in cui grandi risparmi sono possibili è quello dei trasporti, dove la gomma, imperante nel nostro paese, consuma molto di più della rotaia e ancor più del trasporto via mare, e dove una razionalizzazione (tutto sommato semplice, grazie alla moderne reti informatiche) potrebbe evitare che i tir si muovano carichi in una direzione per poi tornare indietro vuoti.

È importante sottolineare che le misure di efficienza e di aumento del rendimento hanno alcuni rilevanti vantaggi, tra cui il breve tempo di implementazione, la possibilità di rientrare rapidamente dall'investimento effettuato, l'ottimo rapporto tra costi e benefici. Nessuna iniziativa di realizzazione di nuovi impianti energetici rende disponibili chilowattora (o barili di petrolio) così rapidamente e a basso costo come le attività di eliminazione degli sprechi più eclatanti. Purtroppo ci sono grandi inerzie da vincere, innanzitutto a partire dal modus cogitandi umano, che tende a riproporre nel tempo i medesimi comportamenti, dato che pensare costa fatica e cambiare ci espone all'imprevedibile e al rischio dell'insuccesso. Inoltre i progettisti e realizzatori di un'opera raramente si pongono come obiettivo prioritario la minimizzazione dei consumi, dato che il costo d'esercizio non ricadrà sulle loro spalle; in questo senso spetta al committente esporre le proprie esigenze di risparmio energetico e controllare che queste vengano soddisfatte.

Non è questo il solo esempio in cui al cittadino spetta di agire, in quanto ognuno di noi consuma continuamente qualche forma di energia, anche mentre dormiamo (il frigorifero, eventuali impianti di riscaldamento nella stagione fredda o il condizionatore in estate, i trasformatori lasciati attaccati alla rete anche quando l'apparecchio che alimentano non viene utilizzato, gli standby, …).Nella gran parte dei casi possiamo ridurre il nostro impiego energetico grazie a poche basilari conoscenze e facendo attenzione a cosa e come facciamo. Per dare un'idea di dove si può intervenire, ecco una parzialissima lista. Incominciamo sottolineando come non siano tanto le luci lasciate inutilmente accese ad impattare sui nostri consumi domestici, quanto piuttosto la produzione di calore (o di raffreddamento). In questo senso i cibi surgelati sono da evitare, specie se contemporaneamente sono disponibili quelli freschi. L'innalzamento della temperatura dell'acqua richiede più energia di qualunque altro materiale con cui comunemente ci troviamo ad aver a che fare e per questo l'acqua calda va usata solo quando effettivamente serve. Un impiego saggio di tende e tapparelle può evitare il ricorso al costoso condizionamento estivo. Una guida autoveicolare tranquilla e attenta alla dinamica del traffico ci permette di evitare una continua sequenza di brusche accelerate e frenate, aumentando considerevolmente la percorrenza chilometrica a parità di consumo di combustibile. Per arieggiare le stanze in inverno basta spalancare per 3 minuti le finestre, non lasciandole invece a lungo aperte in modalità vasistas (così si raffredderebbero i muri circostanti). Ogni grado di temperatura in più all'interno delle stanze riscaldate aumenta di circa il 7% i consumi, per cui se teniamo 25°C anziché 20°C nelle nostre stanze, consumeremo un terzo in più. E si sbaglia a pensare che queste e altre simili pratiche siano di poco impatto sul quadro energetico complessivo. Se adottate da ampi strati di popolazione, la sommatoria dei loro tanti piccoli risparmi riesce a produrre grandi risultati.

Ancor oggi il nostro paese spende miliardi di euro per sovvenzionare l'uso di combustibili fossili. Questi denari andrebbero dirottati innanzitutto verso la lotta agli sprechi e per l'aumento dell'efficienza energetica e in seconda battuta per incentivare ulteriormente la diffusione delle rinnovabili e per la realizzazione di reti intelligenti di distribuzione, indispensabili per sopperire alla natura fluttuante della fonte solare nelle sue diverse forme. Purtroppo una discussione pubblica seria, supportata da valutazioni tecnico-economiche dei vari percorsi energetici possibili per l'Italia, non si è mai fatta e non sembra che ciò sia destinato ad avvenire nemmeno nel prossimo futuro. E' un vero peccato, perché questo aiuterebbe a determinare che tipo di società futura vogliamo. E' questo il dibattito che serve. E' questo il dibattito che manca.

[1]   Factor Four: Doubling Wealth, Halving Resource Use, di Ernst von Weizsäcker, Amory B. Lovins, L. Hunter Lovins, Earthscan, 1998

[2]   http://sspp.proquest.com/archives/vol4iss1/editorial.schmidt-bleek.html

Giovedì, 23 Maggio 2019

Autore:

Mirco Elena

Competenze per la società globale

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